Voltaire

 

Il filosofo ignorante

Nello Spectacle de la nature, il priore ha detto al cavaliere che gli astri erano fatti per la terra e la terra, così come gli animali, per l’uomo. Ma dal momento che il piccolo globo della terra ruota con gli altri pianeti attorno al sole, che i movimenti regolari e proporzionali degli astri possono sussistere eternamente senza che vi siano gli uomini, che sul nostro pianeta ci siano molti più animali che miei simili; io ho pensato che il priore avesse un po’ troppo amor proprio per ritenere che tutto fosse fatto per lui.

La mia libertà consiste nel non compiere una cattiva azione quando il mio animo se la rappresenta necessariamente cattiva; nel dominare una passione quando il mio spirito me ne fa sentire il pericolo e quando l’orrore di questa azione combatte efficacemente il mio desiderio. Possiamo reprimere le nostre passioni (...), ma allora, reprimendo i nostri desideri, non siamo più liberi di quanto non lo siamo lasciandoci trasportare dalle nostre inclinazioni; [...]

[...] voglio sapere se questa intelligenza divina sia qualcosa di assolutamente distinto dall’universo, approssimativamente come lo scultore è distinto dalla statua; o se questa anima del mondo è unita al mondo e lo compenetra, di nuovo approssimativamente, come ciò che chiamo la mia anima è unita a me...

Ma che idea posso avere di una potenza infinità? Come posso concepire un infinito attualmente esistente? Come posso immaginare che l’intelligenza suprema è nel vuoto?

L’infinito in numero ed estensione è fuori dalla portata del mio intelletto.

Egli mi conferma nell’opinione che ho sempre avuto, che nulla entra nel nostro intelletto se non attraverso i sensi.

Che non abbiamo alcuna nozione innata.

Che non possiamo aver l’idea né di uno spazio infinito, né di un numero infinito.

Che non penso sempre e di conseguenza il pensiero non è l’essenza, ma l’azione del mio intelletto.

Che sono libero quando posso fare ciò che voglio. [...]

Che non posso avere un’idea positiva dell’infinito perché io sono finito.

Che non posso conoscere alcuna sostanza , perché posso avere idee solo delle loro qualità e mille qualità di una cosa non possono farmi conoscere l’intima natura di una questa cosa, che può avere altre centomila qualità.

Ce non sono la stessa persona se non avendo la memoria ed il sentimento della mia memoria; infatti poiché non ho la minima parte del corpo che mi apparteneva nell’infanzia e poiché non ho il minimo ricordo delle idee che mi hanno colpito a quell’età, è chiaro che non sono più questo bambino di quanto non sia Confucio o Zoroastro. Vengo ritenuto la stessa persona da quelli che mi hanno visto crescere e che sono sempre restati con me; ma non ho in alcun modo la stessa esistenza; non sono più il vecchio me stesso, sono una nuova identità; [...]

...ecco le ragioni , o piuttosto i dubbi che la mia facoltà intellettiva mi fornisce sulla modesta asserzione di Locke. Io non dico affatto, ancora una volta, che è la materia che pensa in noi; io dico con lui che non spetta a noi sostenere che sia impossibile a Dio di far pensare la materia; [...]

Più ho visto uomini diversi per clima, costumi, linguaggio, leggi, culto e per il grado della loro intelligenza, e più ho notato che possiedono tutti la stessa base morale. Hanno tutti una grossolana nozione del giusto e dell’ingiusto, senza sapere una parola di teologia.

Mi sembra che non possedendo, come gli animali, né istinto per nutrirci, né armi naturali come loro e vegetando per parecchi anni nella fragilità di un’infanzia esposta a tutti i pericoli, i pochi uomini che fossero scampati alle fauci delle bestie feroci, alla fame, alla miseria, sarebbero stati occupati a disputarsi il nutrimento e qualche pelle d’animale, e che essi si sarebbero presto distrutti come i figli del drago di Cadmo non appena avessero potuto servirsi di qualche arma. Non ci sarebbe stata alcuna società se gli uomini non avessero concepito l’idea di una qualche giustizia che è il legame di ogni società.

Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia.

Mi si può obiettare che il consenso di tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i paesi non è una prova di verità. Tutti i popoli hanno creduto alla magia, ai sortilegi, agli indemoniati, alle apparizioni, agli influssi degli astri, a cento altre sciocchezze simili. Non potrebbe essere la stessa cosa per il giusto e l’ingiusto?

Mi sembra di no. Principalmente è falso che tutti gli uomini abbiamo creduto a queste chimere. Esse erano in verità l’alimento dell’imbecillità del volgo; [...]

Tutti i filosofi greci hanno detto delle sciocchezze in fisica e metafisica. Tutti sono eccellenti nella morale; tutti eguagliano Zoroastro, Confucio e i Brahmani. Leggete anche solo i versi aurei di Pitagora, sono il compendio della sua dottrina; non importa di quale mano siano. Ditemi se anche una sola virtù vi viene dimenticata.

Alcuni saccenti di collegio, alcuni maestrucoli di seminario hanno creduto in base a qualche scherzo di Orazio e di Petronio, che Epicuro avesse insegnato la voluttà con i precetti e l’esempio. Epicuro fu per tutta la sua vita un filosofo saggio, temperante e giusto. Fu saggio fin dall’età di dodici o tredici anni; infatti istruendolo, il grammatico gli recitò questo verso di Esiodo:

“Il Caos venne prodotto per primo fra tutti gli esseri.”

“Eh chi lo produsse” disse Epicuro “dato che era il primo?” “Non lo so!” disse il grammatico “Solo i filosofi lo possono sapere!” “Vado allora a istruirmi da loro!” replicò il ragazzo; e da quel momento fino all’età di settantadue anni coltivò la filosofia. [...] Unico, fra tutti i filosofi, ebbe per amici i suoi discepoli e la sua setta fu la sola in cui si seppe amare e che non si divise in molte altre.